MANIFESTO Pradi Blog nasce per dare uno spazio poco originale su cui è possibile quotidianamente scrivere le proprie storie ed opinioni. Un luogo immateriale da usare per dire qualcosa, per dare o prendere descrizioni, aneddoti o informazioni più o meno reali del mondo intorno, quello reale. incredibilmente reale. Non c'è scampo dalla realtà oggi, bisogna aggredirla o essere vittime di un andazzo che sembra sempre più assomigliare ad una realtà medioevale dove il più forte vive e gli altri sopravvivono a stento. Però forse è sempre stato così, e l'uomo non sarà mai capace di usare il cervello per bene. Per pubblicare qualcosa sul Blog contatta pradiblog@libero.it . |
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http://www.macy.it/content/La-poesia-di-Alda-Merini-01
si vive di mutamenti d'animo di falsa crescita economica si vive di desideri di emozioni troppo preponderanti si vive di carte e leggi di contestazioni di orpelli si vive di imposte su tutto di controlli che non ci sono si vive di demagogia di falsa testimonianza si vive di romanticismo che si confonde con l'amore di tempi concisi di poca lungimiranza si vive di pasta col sugo di incanto nella penombra si vive di inconsistenza dell'essere attendendo una rivoluzione si vive sperando nel domani si vive nel dubbio si vive di colori forti di luci lampeggianti si vive di timore e sospetto un'attentato all'eleganza si vive di musica di cinema di attrazioni casual si vive di notte di quello che non si è sognato si vive nel vuoto di potere nella democrazia posticcia si vive di politica comica di intellettuali nei bar si vive di esperienze esasperate di aperitivi malsani si vive di spot e telegiornali di televisione spazzatura si vive incontumacia a chilometri di distanza si vive di una voce interiore che ci parla che spesso ci fa paura o ci consola non sapendo che non è la nostra ma reflusso di pensieri dell'umanità in cui possiamo scegliere se identificarci o no. si vive di gente seria che gioca con chi vuole giocare.
Accendo il fiammifero e governo questa prima fiamma, qui a prendere vita, dal polso dallo scatto secco, si amplifica. Metto quello che resta del fiammifero da parte e osservo ciò che succede come un bambino in estasi incantato davanti al più bello dei giochi. Il fuoco che tende alle stelle a quello che ci ha preceduti, al mistero del pre-uomo, al passato remoto: un tempo che nessuno sa se ha mai avuto inizio. Non lo sapremo mai e non ci resta che immaginare, l'interrogativo lasciato al Prossimo come consistente motivo d'incognito destino.
Il più grave tra ogni sforzo l'agonia di sé: gioioso torpore nella creta del mondo
Occorre librarsi dal suolo, prendere il volo a due mani e portarlo al comando.
Come per bambino che sfiorare il lampadario voglia, già il volere è un'essenza
Ché ormai luce - i colori sono entrati nel corpo - un miraggio d'oasi dispensa
E gli occhi non sono presenza ma puro scenario, claudicante abbaglio d'estasi.
Paesaggio fuori fuoco s'offre a noi perdenti, a viaggiatori, innocenti, sognatori
Quando nel centro del dolore si volge il desiderio - retaggio d'ogni antico sfacelo -
In desolato sguardo su scorci spopolati, inumani spazi: siano palazzi, nuvole o cielo.
Ivan Fassio
Burqua su corpi muti d'espressione
Barbe stoiche d’armi sovietiche
Sabbia grossolana tra i piedi
Neve candida tra i campi minati
I minareti svettano su mohammed
Che invoca il suo mohammed misericordioso
mohammed venera e adora e lo implora
mohammed darà lui forza per un nuovo nemico
Il nuovo nemico prima era l’amico
l’amico di oggi morirà nemico.
Un messaggio defila tra la folla
Ora riempe un mercato domani la storia
Mutilati d’anima in scuola coranica
Col fine ultimo di scoppio, mutilazione
carne medievale in terra d’europa
corpo giovane su mente d’odio
pelle bianca dai tratti occidentali
nulla al caso tutto pensato
studiato pianificato bencelato.
Il paradiso è li dopo la detonazione
prima dello sfogo fisico ancestrale
delle giovani vergini vogliose.
Lo sappiamo tutti infondo che questo non è il migliore dei mondi possibili. Siamo in una fase transitoria di un viaggio iniziato con la civiltà, con l’intelletto, la coscienza umana. La democrazia è parte di questa fase transitoria come le dittature, le monarchie, le teocrazie che sono tutte figlie di una gerarchia amniotica. Gerarchia non madre della vita pre-civile. In origine era anarchia, ovvero normalità. La democrazia si basa su esperienze successive alla costituzione della civiltà la quale segna lo stravolgimento degli equilibri naturali, quindi l’uscita dalla normalità, l’anormalità dell’uomo rispetto tutto ciò che lo ha preceduto. - Ogni uomo è fatto in un modo diverso, nella sua struttura fisica, è fatto in un modo diverso anche nella sua combinazione spirituale. Tutti gli uomini sono a loro modo anormali. Tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura. E questo sino dal primo momento, con l’atto di civiltà che è un atto di prepotenza umana sulla natura; un atto contro natura. – Ungaretti. L’anarchia è il caos, tutt’altro che confusione, un’insieme di norme non scritte, normalità e naturalezza. L’anarchia è l’inizio e la fine, un equilibrio transitorio dove l’inizio è la nascita dell’universo, il quale necessariamente avrà fine perché nella forma tutto nasce è poi muore, la materia viceversa si tramanda trasformandosi all’interno del vuoto cosmico. La democrazia è una breve fase, necessaria ma pure sempre la prevaricazione di una maggioranza su una minoranza.
La strada era di terra battuta, eravamo sull’auto. Ci avvicinavamo alla città deturpata di Vukovar. Era domenica, un giorno di sole con qualche piccola nuvola che dava profondità al cielo, il caldo era quello di un agosto d’afa e il nostro umore fino a quel momento era di vacanzieri vacanti e spensierati. Spensierati rispetto quello che giovani di quell’età potevamo considerare un problema. La città di cui poco sapevamo si avvicinava, la spensieratezza ce la stavamo lasciando alle spalle quel pomeriggio. Eravamo a pochi chilometri e sulla sinistra comparve un cartello rosso triangolare con un teschio nero in mezzo, uno di quei cartelli che non avrei mai potuto credere di vedere dal vivo, magari in un videogioco, in televisione o al telegiornale; invece era lì. Il terreno intorno era folto d’erba e vegetazione impenetrabile, incolta da non più di dieci anni. Il cartello recitava la parola “MINE”. Sconcertati, si continuava comunque a scherzare ma non come prima, si sdrammatizzava. La verità era che stavamo facendo conoscenza con quello che era il lascito di una delle guerre più atroci, etnica, sanguicida, sporca come tutte. Ci fermammo, sotto il sole, nel caldo, nell’estate, a osservare questa eccezionalità. Era vera, era lì, era quello che non pensi, quello che non credi; in quei momenti sembra di ricevere uno schiaffo, un manrovescio che ti avverte che esiste una realtà dietro i giornali, la notizia, l’amico che ti racconta una storia, il barista che racconta avventure o l’estetista che spettegola. Esiste una realtà dietro tutto, che non è sempre così inimmaginabile come sembra. Un campo minato è la cosa più normale che abbia mai visto. Esci di casa e di fianco c’è un prato, verde, incolto sì, ma è li, a un metro dalla strada, in mezzo c’è il cartello “MINE”, e basta. Nemmeno una recinzione, nulla. Solo quel cartello storto e arrugginito che rende la scena normale, come fosse la normalità. Un cartello “Mine” è come un cartello qualunque infondo, come – VENDO VINO-. Infondo quella è normalità in quel luogo in quel tempo, in quello spazio. Niente retorica. Proseguimmo per la strada di terra battuta e presto la strada si strinse a una corsia sola e subito dopo un ponte militare sul quale ci passava una macchina per volta, dopo di nuovo c’erano due corsie e iniziammo a vedere qualche casa abbattuta, annerita dal fuoco, tra i campi minati. Non ricordo che musica stessimo ascoltando, ogni situazione forte la associo sempre a una canzone, a quella che ascolto in quel momento particolare magari ma, in questo caso, non ricordo. Il paese iniziava a scorrerci accanto crudo come un film di seconda categoria. La case erano come delle villettine con davanti ogniuna il piccolo giardino, villette in stile anni settanta con le tapparelle, tutte simili. I colpi di mitragliatrice erano ancora tutti lì. Non ricordo casa ricostruite, ricordo che mancavano case. Spesso una villetta non c’era, rimaneva un vuoto dove si vedevano chiaramente rimasugli di fondatamenta, uno steccato ancora in piedi un barbecue fracassato. La strada era dritta e sterrata, procedevamo lentamente e notai che le mitragliate erano conficcate nei muri nella nostra direzione di marcia, i muri perpendicolari erano meno bucati, come a indicarci da disposizione dei soldati e che li si era combattuto casa per casa, lungo la strada. Quel giorno erano passati pochi anni dall’assedio di Vukovar, otto o nove, e ancora c’erano case abitate, che riconobbi dai panni stesi fuori dal balcone, con ancora il nylon al posto dei vetri, sfondati dalle bombe o dai proiettili. C’erano anche case dai tetti sfondati, con squarci da mortaio, molto grossi grandi anche due metri di diametro, come quel bar all’angolo dove gli avventori seduti ai tavolini nel deore ci guardarono a lungo ruotando la testa mentre passavamo e sorseggiavano il loro amaro calice, di cui percepimmo il gusto. Il bar era forse ricavato da una casa, il piano sopra era sventrato, c’era un telo colorato che impediva all’acqua di entrare. Continuammo la nostra triste passerella in questo viale che era sempre dritto, martoriato dai kalashnikov rimasuglio della guerra fredda, infinito. Era un giorno di festa, le donne stavano tutte sedute rispettivamente a fianco della propria porta di casa sulla sedia della cucina, stavano vestite di nero con uno scialle anch’esso nero a coprirgli la testa, erano quasi sempre a piccoli gruppi, qualcuna sola con un animale, un gatto un cane o un maiale. Ogni dieci donne c’era un uomo, nessun giovane vidi, pochi bimbi. Il dramma era nel vento, le ferite erano aperte e non c’erano parole, fiato sprecato. Rivedo queste scene quando mi accorgo di non toccare più per terra, appena i piedi mi si staccano dal suolo sono li a mostrarsi come a monito di crudezza viva. Non ho sentito colonne sonore e non ho visto i titoli di coda, non c’era l’intervallo. Non c’era nessun intervallo.
Il disegno di legge sulle intercettazioni può far chiudere la Rete. Se questo succederà, la responsabilità di ciò che verrà dopo sarà del Governo e del Parlamento. La Rete è lo strumento, lo spazio, il media che ha permesso a milioni di italiani di credere a un cambiamento democratico. Di illudersi di essere cittadini e non sudditi. Senza la Rete, con le televisioni e gran parte dei giornali in mano allo psiconano e ai suoi amici piduisti e mafiosi questo Paese si avvia verso una dittattura senza controllo e dagli esiti sociali imprevedibili.
I gestori di siti informatici dovranno procedere entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato. Non dar corso alla richiesta da parte di blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e di chiunque sia definibile "gestore di sito informatico" avrà come conseguenza una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire. Si potrà richiedere a questo o a un altro blog, per ogni commento, per ogni video pubblicato su YouTube, per ogni fotografia, una rettifica. Più informazione pubblichi, più rettifiche puoi ricevere e dover pubblicare. Ci potrebbe essere il caso di chi invia un commento con un nickname e poi chieda lui stesso la rettifica.
E' una legge insensata e chi l'ha scritta è un analfabeta di Internet o uno che vuole metterle il bavaglio. I blog di liberi informatori come Martinelli o Byoblu chiuderanno dopo le prime multe e con loro centinaia di altri. Solo per gestire le richieste di rettifica entro 48 ore dovrei assumere 10 persone, e forse non sarebbero sufficienti. In un anno dovrei pagare probabilmente alcuni milioni di euro di multa. Una legge che non esiste neppure in Cina o in Birmania, concepita per fottere la libertà di espressione. Se passa, sarà la morte della blogosfera italiana. Se dovesse avvenire non dimenticheremo chi l'ha firmata, chi l'ha votata e chi, eventualmente, la controfirmerà. La Rete non è un ballo delle debuttanti, questi golpisti se ne accorgeranno.
b.grillo
http://punto-informatico.it/2641517/PI/Commenti/chiuso-rettifica.aspx
La crisi secondo Einstein - non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. la crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi perché è proprio la crisi a portare il progresso. - la creatività nasce dall'ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. è nella crisi che nasce l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. - chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni. la vera crisi è la crisi dell'incompetenza. - lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni. senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. senza crisi non ci sono meriti. è nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza. - parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo. invece di questo, lavoriamo duro! - l'unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla. Albert Einstein (1879-1955)
Gli oggetti prenderanno il sopravvento
come plastificazioni cerebrali in evoluzione
non so se è questo tempo a rendere tutto scialbo
o se è la mente col tempo diventa meno fertile
poi la sera stanchi davanti la televisione
la disperazione di qualcosa dovrà pure nutrirsi
E’ bello rapportarmi con le persone
riconoscere questo istinto innato d’amore
Ma alcune situazioni conviviali affollate
sono difficili da digerire, vanno prese con i guanti.
Per fare un popolo
Ci vuole un fascio
Per fare un fascio
Ci vuole un duce
Per fare un duce
Ci vuole un nazi
Per fare un nazi
Ci vuole hitler
Per fare hitler
Ci vuole un popolo
potrebbe non sembrare, vista la melassa odierna, ma è una canzone d'amore
"Each year many die crossing the deserts, mountains, and rivers of our southern border in search of a better life. Here I follow the journey backwards, from the body at the river bottom, to the man walking across the desert towards the banks of the Rio Grande"
For two days the river keeps you down
Then you rise to the light without a sound
Past the playgrounds and empty switching yards
The turtles eat the skin from your eyes, so they lay open to the stars
Your clothes give way to the current and river stone
'Till every trace of who you ever were is gone
And the things of the earth they make their claim
That the things of heaven may do the same
Goodbye, my darling, for your love I give God thanks,
Meet me on the Matamoros
Meet me on the Matamoros
Meet me on the Matamoros banks
Over rivers of stone and ancient ocean beds
I walk on sandals of twine and tire tread
My pockets full of dust, my mouth filled with cool stone
The pale moon opens the earth to its bones
I long, my darling, for your kiss, for your sweet love I give God thanks
The touch of your loving fingertips
Meet me on the Matamoros
Meet me on the Matamoros
Meet me on the Matamoros banks
Your sweet memory comes on the evenin' wind
I sleep and dream of holding you in my arms again
The lights of Brownsville, across the river shine
A shout rings out and into the silty red river I dive
I long, my darling, for your kiss, for your sweet love I give God thanks
A touch of your loving fingertips
Meet me on the Matamoros
Meet me on the Matamoros
Meet me on the Matamoros banks
B. Springsteen
lo storpio intruppa
la trippa storpia
o il troppo storpio,
s'imbroda il lodo
si loda il broncio
chi s'introppa lorda
si duole un brodo
tanto lardo imbroda
che la gatta storpia,
se vuole va:
l'illude e intruppa.
ivan.fassio